Archivio mensile:novembre 2014

Libido Airbag – Testosterone Zone (2013)

testosterone_zoneDite un po’ quel che volete sul goregrind, in particolare sul cosiddetto “cyber” o “industrial” goregrind. Ancor più nello specifico sul porno-cyber-industrial-goregrind (gabbergrind? Pornogoregabber? Si pornogoregabber ci sta bene). Ma ci sta l’intera galassia tra i progetti a cazzo fatti in cameretta da letto con Cubase o Dubstep e un gruppo come i Libido Airbag che il genere lo hanno definito.

Che il cazzeggio divertito, seppur allucinato, sia alla base di questo genere e che questo approccio demenziale in genere mi stia sui coglioni è conclamato, ma ragionando a mente fredda non si può evitar di dire che questo nuovo album spacca i culi.

Vissuto nel suo interno, nell’universo dei Libido Airbag, ogni cosa è coerente. E’ una sorta di exclave punk/metal cresciuta in grembo a qualche rave party, tra una pozzanghera di vomito e un foglietto imbevuto nell’LSD. Ho avuto modo di vedere il gruppo al release party di “Barrel Blow Job” e fu uno degli show più psichedelici e visionari che ricordi. Si teneva in un locale che scoppiava di gente, l’aria caldissima e irrespirabile, densa di alito birroso, rutti e sudore. Il pavimento limaccioso e appiccicaticcio allo stesso tempo. Sul palco dei cretini in costume e maschera, enormi monitor con proiezioni lisergiche ecc. ecc. Un clichè forse, oggi come oggi, ma al tempo fu piuttosto innovativo. Certo avevo visto qualche gruppo noise-avantgarde al LINK a Bologna che era altrettanto meravigliosamente assurdo ma li ci stavano gli studenti perdigiorno e i radical chic, mentre vedere metallari e grinder ad uno show del genere fu nell’insieme una assoluta novità. Sono arrivato ai Libido Aribag dai Gut che al tempo erano uno dei gruppi più putridi, marci e perversi che si trovava in circolazione e a rovistare nel sound si possono sicuramente trovare elementi di correlazione tra i due. Sickness has no boundaries.

Visivamente Testosterone Zone è un album orrendo. Ogni cosa fa cagare in maniera piacevolmente sleazy dalla copertina alla scelta dei font alle foto interne con tanto di extra dose di vernice argentata (qui forse c’erano arrivati prima i Dead). Il Cd però è un piccolo capolavoro di accorgimenti minuziosi e di suoni grassi e gonfi come vermi, di bassi pensati per la pista di una discoteca con un bell’impianto alla Ritorno al Futuro quello che Marty fa saltare. La cura degli arrangiamenti è assoluta e i pezzi oscillano su morbide sinusoidali di suoni super distorti e singulti terrorcore tipici di un rave party alle 5 di mattina. Rispetto ai vecchi album c’è sicuramente meno ruvidità nella distorsione e a dirla tutta credo sarebbe un peccato non sentire questo album su un impianto potente ed a altissimo volume, o con delle buone cuffie di marca (a anche gli acidi indubbiamente aiutano ad apprezzarlo al meglio). Nell’insieme non ci sono mezze misure, questo è il gruppo che definisce questo genere meglio di qualsiasi altro, se vi piace questa roba è un buy or die.

Voto: 8
Etichetta: Rotten Roll

New Blood – Paradise Disintegrates (2008)

NewBlood

Your flesh will be my reward, your flesh must be worn.
Vile is my disfigurement, Laid to rest, on your eternal bed.

Terzo ascolto e ancora non riesco a trovare un trait d’union non dico tra i pezzi, ma proprio tra i riff di questo EP. Ah beh, ovviamente di grind non c’è assolutamente niente qui ma quello mi pare ovvio, non capisco come diavolo si fa anche solo a pensarlo. Si tratta di un gruppo Australiano che suona un Death Metal generico che mette alcuni riff decenti assieme ad altri che paiono venuti fuori da una sala prove della polisportiva dietro casa. Nel complesso non si può dire che siano malaccio, ma vuoi la registrazione estremamente sfibrata e la mancanza di coerenza nella composizione ammazzano quel poco di interessante che salta fuori. C’è il pezzo slam poi quell’altro in stile Death Metal svedese nuova scuola un pochino melodico ecc. ecc. Che poi mi va bene che ci siano gruppi la cui peculiarità è creare pezzi completamente schizofrenici, però sono cose che van fatte con un certo gusto, non buttate li a cazzo insomma. La copertina è inesistente e i testi abbastanza tradizionali sullo stile gor/sofferenza/massacri e nell’insieme non sono neanche terribili. Il cantato è sullo stile Frank Mullen ai tempi di “Effigy”, un pelino più camuffato. Il problema è che quell’album era ed è tuttora leggendario, mentre questo rimane una piccola occasione forse sfruttata troppo frettolosamente.

Diciamo che non lo comprerei mai, ma c’è qualcosina di buono nell’insieme che forse con il tempo è saltato fuori (vedo che han fatto un full e il gruppo è ancora attivo).

Etichetta: Grindhead

 

Pulverized Necrobrains / Patisserie (2014)

Pulverized Necrobrains Patisserie

Davvero notevole questo split, una delle release più putride e sporche che abbia sentito da qualche tempo a sta parte. Una quarantina di pezzi abbondanti di Death/Grind saturo e marcissimo sulla riga di primi Carcass*, Exulceration, Xysma ecc. su slipcase (soliti primi 33 pezzi su confezione DVD).

E’ proprio da un pezzo dei primissimi Xysma che viene il nome di questo gruppo di Seattle (gruppo?), cosa che mi ha confuso in un primo momento perché proprio qualche mese fa sentivo il tipo di Crypts of Eternity parlare di una ristampa di Pulverized Necro Brain, storico gruppo goregrind Peruviano della primissima ora. Nome a parte, il gruppo spacca, il suono è quello classico goregrind, batteria elettronica a parte che non amo moltissimo, ovvero incredibilmente distorto e cupo stile primi Squash Bowels, Dead Infection, Malignant Tumour pre-rincoglionimento ecc. con tanto di voce regurgitata in parte sotto effetti in parte naturalmente bassa e catarrosa. Persino la composizione dei pezzi fa venire in mente il primissimo “goregrind”, quello del periodo storico in cui si poteva ancora chiamare solo grindcore senza che in termine facesse venire in mente punk riversi nel vomito, birra calda, odore di ascella e cani o ancor peggio ragazzini svedesi con cappello con visiera, iperproduzioni e tagli di capelli emo. E così si susseguono una ventina di pezzi sotto al minuto di ottimo marciume amatoriale forse un pelino acerbo per sfociare in un full, anche se questo non è un gran problema visto che questo genere non nasce con questo tipo di evoluzione o proposta in mente.

Voto:

Dei Patisserie ne avevo sentito parlare da un bel pezzo ma visto il nome pensavo si trattasse di un progetto demenziale alla Gronibard e li avevo sempre snobbati. Errore gravissimo perché questi pezzi sono tra le cose migliori che abbia sentito nel 2014, e lo dico sul serio. Un impasto putridissimo e patologico di goregrind di matrice Carcassiana che delega solo al layout la follia dei gattini (a proposito il loro “lato” si chiama “Pulverizial Necrobrology”), ma i singoli pezzi sono una mazzata di grind vecchio stampo davvero spettacolare. Voci multistrato che rimangono semi-sepolte come se fossero invischiate in una piscina piena di pezzi di carne umana e larve, un muro di suono assolutamente maturo questo si, per un album con tutti i crismi. Fa piacere sentire che c’è ancora chi suona così al giorno d’oggi, spettacolo davvero. D’altronde quando ci si mettono, i Giapponesi con la putredine ci san fare davvero (Butcher ABC, Maggoty Corpse etc.).

Voto: 8½

Etichetta: Eyes Of The Dead

*Per evitare di dilungarmi tutte le volte in offese e sarcasmo, quando parlo di Carcass intendo ovviamente solo i primi 2 album e dintorni.

Abhordium – Declaration Of Perdition (2009)

Abhordium

In genere quando ti avventuri nel mondo dei fanzinari la quantità media della musica che ascolti si abbassa di brutto. E’ un compromesso a cui ti pieghi perché in ultima analisi ascolti anche tante cose che normalmente salteresti a piedi pari e anche se la qualità si abbassa ascoltare tanta musica con attenzione affina sensibilmente anche la capacità di critica ed in particolare la capacità di fare associazioni. L’eccellenza è ripetizione, si dice. Come per tante altre attività ascoltare è anche questione di allenamento e dopo tanti anni di attenzione più o meno oscillante solo di recente sto riprendendo un poco la cognizione che avevo qualche anno fa. Anche così dopo settimane di musica dalla qualità altamente altalenante nel mio stereo arriva qualcosa di difficile da giudicare o anche solo analizzare. Coi Finlandesi in genere è così, se stanno lontani dalle cagate black metal si apre quasi sempre un microcosmo di suoni imbastarditi difficilmente riconducibili a una scuola in particolare. Come matrice questo è un album Brutal Death tecnico e dalla composizione estremamente eterogenea. Persino il cantato oscilla tra vari stili senza cadere nella ormai banalissima e collaudatissima dicotomia grugnito/urletto, questi sono cinque pezzi di Death Metal contorto e pieno di continui twist con roba al limite dello sperimentale (tipo un gong) incastonati su un tessuto di riffoni di matrice più o meno moderna (a tratti mi ricordano Decapitated) con tutti i tremolo e le sfuriate sui piatti al limite della cacofonia. Bello anche il packaging su digipack dalla copertina vagamente orientaleggiante con i testi scritti all’interno, interessanti ed eleganti affreschi di sofferenza e visioni di realtà apocalittiche.

Gruppo completo dalla A alla Z. E’ strano che anche il full-length che segue questo mini sia anche esso autoprodotto, qui c’è della sostanza.

Voto:

Etichetta: Autoprodotto

Long Pig – Barren (2007)

Long Pig

Ecco, c’è qualcosa di deviato in questo gruppo che lo rende imprevedibilmente interessante. Una vena morbosamente creativa è presente in maniera trasversale in tutti gli aspetti di questo Cd dalle forme compositive amorfe e contorte di un grind che prende con una vena di follia un po’ da aspetti punk-crustoidi alla Patareni, talvolta dai momenti più sperimentali dei Sepultura di metà carrierao o chessò gruppi alla Man Is The Bastard o His Hero Is Gone ma il tutto masticato e riassemblato in modo dissonante con un doppio cantato che sembra a volte fuori sincrono ma nell’insieme si armonizza con eleganza nel caos. Quando un gruppo ci sa fare, lo si capisce anche dalle piccole cose: il nome stesso del gruppo Long Pig è un termine Maori-Polinesiano che indica carne umana consumata da popolazioni cannibali. La copertina è un interessante fusione di colori anodini ed insapori quanto il titolo dell’album (“barren”) dipinta da una brava Elaine Szumanski. I testi sono contorti e talvolta poco chiari ma calzano e avvolgono i pezzi in maniera eccellente. C’è una vena di malessere soffocante che brucia come una fiamma inestinguibile nei tredici pezzi di questo album. Questi Long Pig percorrono una strada tutta loro con una tipologia di grind che grind non è, con due cantanti talvolta un po’ alla Extreme Noise Terror degli inizi senza comunque averne nulla a che fare. E’ piacevolmente frustrante cercare di trovare le parole per recensire un album che tutto sommato sfugge a definizioni precise. Lo dico da non-amante di certi tipi di grind più sperimentali e dissonanti, spesso un filino troppo cervellotici: bravi.

Voto: 8

Etichetta: Grindhead

 

Pathology – Incisions of Perverse Debauchery (2008)

Pathology

C’è una sola cosa che odio nel packaging di un album più dell’effetto rilievo/glow su un logo, ed è la sfumatura interna. Soprattutto se questo logo ha una vaga somiglianza a qualcosa che starebbe su un murales o un tatuaggio (essendo stato disegnato da Zig non poteva essere altrimenti). Ancor di più se i colori scelti per questa sfumatura sono l’arancione e il giallo. Cristo di dio ma si può? Il logo è talmente brutto che per un momento mi sono dimenticato della copertina. La tematica gore dell’illustrazione ci sta alla grande ma l’effetto painting digitale ancora non riesco a digerirlo ne’ credo lo farò mai. Nell’insieme tra colori caraibici e prospettive da CGI dozzinale potrei già dire sono partito abbastanza prevenuto, ma mi rendo anche conto che negli Stati Uniti, in questo periodo e in particolare in questa scena l’estetica è quel che è, teniamocela. I testi sono del tipo gore con spennellature iconoclaste e parzialmente patologiche ma c’è una quantità di errori di ortografia che si può perdonare a un gruppo dell’Est Europa, non certo un ad una band di San Diego. Però, però, nell’insieme l’effetto è più professionale di diversi titoli che ho sentito della Grindhead. Ho letto che il gruppo ha fatto altri 6 (SEI!) full dopo di questo quindi sta recensione troverà pure il tempo che trova ma sbocconcellando samples qui e là mi pare che sia uno dei loro migliori dischi.

Dunque tralasciando il come sono stati messi in opera copertina e stesura dei testi, il pacchetto nell’insieme pare solido e no-nonsense: gore dalla testa ai piedi. Musicalmente l’album è una mazzata. Mi ci è voluto un attimo per adeguarmi al suono della batteria ma dopo qualche minuto navigavo già tra teste mozzate e corpi in putrefazione per i territori del Brutal Death più serrato. Il mix di questo album nell’insieme è piuttosto cupo, i ritmi serratissimi e la voce gorgheggiante e profonda, in tipica vena sudista degli anni ’00. Il confronto con Disgorge viene piuttosto facile, anche se mi pare che i riff siano un po’ meno intricati. Qui parliamo di Brutal Death sparato a 400km/h ma nell’insieme i pezzi ne escono ancora riconoscibili, con tanto dei classici tremolii che fan capire quando c’è un cambio di tempo. Credo che il punto di forza di questo album sia il mix di suoni discretamente putridi e composizioni intricate. C’è chi questo genere non lo regge a priori, io ritengo che sia ottimo in palestra durante gli stacchi da terra.

Voto:

Etichetta: Grindhead