Archivio mensile:dicembre 2014

Archagathus – Dehumanizer

 

You keep me down ‘cause I have long hair
Fuck your monarchy, I do not care
I shake my hair at your shitty throne
Your oppressive rules I cannot condone
I don’t care if I’ll be hanged
This hair of mine must be banged
Archagathus

Vuol la storia che Arcagato fosse il figlio di Agatocle di Siracusa, un tiranno greco che è anche citato da Machiavelli ne “Il Principe” tanto era spietato e figlio di puttana. E così dal giochino Agathocles/Archagathus viene fuori che fanno un genere che dovrebbe essere una sorta di tributo al leggendario gruppo Belga signore del 7″ split a prezzi modici ormai da oltre 20 anni. Anche se a dir la verità non è la prima volta che li sento (a memoria ho almeno un 3-4 split) ho indagato un po’ e letto che il genere che propongono sarebbe universalmente etichettato come Mince-core, un termine che a quanto ne so Jan degli Agathocles appunto coniò per distinguersi dalla deriva Death Metal che il genere stava prendendo nei primi anni ’90 (ma forse anche in po’ prima), un po’ quel che faceva Euronymous da un’altra parte. Tutti a prender distanza dal Death Metal insomma, che poi per certi aspetti manco avevano tutti i torti diciamocelo pure. Il fatto innegabile è che il grindcore del primissimo periodo era grezzo, putrido, oscuro e brutto, cosa che si è persa a pezzettini nel tempo fino a quando i Nasum non gli han dato il colpo di grazia. Però detto questo non è che il termine mincecore lo devi tirare fuori solo perché c’è la paggiata agli Agathocles nel nome del gruppo eh. Parliamo di grindcore della prima e della seconda generazione se proprio vogliamo, io lascerei il termine mincecore li dov’è anche perché se non lo usi per gli Agathocles non ha un gran senso.

Detto anche questo, il gruppo (anche questo grosso modo una one man band come appunto gli AGx) non è che mi ricordi così tanto il grindcore dei miei primissimi anni nell’underground e del tapetrading, che era per lo più noisecore totalmente dissonante mescolato a punk, spesso con suoni saturi di bassi. Non solo i suoni qui sono relativamente puliti ma anche a livello compositivo c’è un bel po’ di HC con qualche grugnito neppure troppo effettuato in mezzo. I pezzi sono ben distinti e vanno dalla massacrata alla “Razor Sharp Daggers” a sonorità più gore, con vocalizzi umidi e catarrosi che a me ricordano un po’ i CUM senza comunque arrivare a livelli di minimalismo tipici chessò dei primi ROT o Dead Infection. Anche se con un pelino in più di putredine e devianza si poteva arrivare a livelli davvero interessanti, si tratta comunque di pezzi quasi sempre sotto al minuto con 2 riff in croce sparati a manetta con grugnito in cima, il che nel panorama dominato dal crust svedese di oggi riesce pure a risaltare ed emergere come un micromassacro. Nel complesso a me gli Archagathus piacciono (piace), anche perché riportano un po’ indietro la lancetta dell’orologio sui suoni del grind dei primi anni, non è facile giocare con questi suoni senza sembrare un gruppo goregrind.

Buona la copertina assolutamente DIY, ma quello che mi ha colpito di più in questo album sono i testi, talmente stereotipati nella loro vena critica verso scena musicale, società e sarcazzo da essere meravigliosamente kitsch. C’è persino il testo sui capelli lunghi e quello sulla pericolosità delle noci di cocco (dai, questo è chiaramente umoristico). Mi sa che questo gruppo nasconde un pizzico di umorismo “tongue in cheek” nei suoi testi prettamente Agatocliani.

Etichetta: Everydayhate